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Ma che doveva fare il povero Wittgestein!
Considerato universalmente un grande logico, unico libro pubblicato in vita il Tractatus LOGICO-philosophicus dove spacca il capello del linguaggio in quattro per via logica, portandola ai suoi confini, spremendola fino a lasciarla senza una goccia di succo, che utilizza fino a ritrovarsela in mano come un utensile inutile (sic).
Ma gli rimane in mano, inutile ma esistente. E qui si scatena l’inferno.
“Il senso del mondo deve essere fuori di esso. Nel mondo tutto è come è, e tutto avviene come avviene; non v’è in esso alcun valore – ne, se vi fosse, avrebbe valore.”
“Le proposizioni non possono esprimere nulla di ciò che è più alto”
“È chiaro che l’etica non può formularsi. L’etica è trascendentale.”
“Come il mondo è, è affatto indifferente per ciò che più alto. Dio non rivela sé nel mondo”
“I fatti appartengono tutti soltanto al problema, non alla soluzione”
“Non come il mondo è, è il Mistico, ma che esso è”
Arrivato in cima alla scala («Le mie proposizioni illustrano così: colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se è salito per esse – su esse – oltre esse. (Egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo che v’è salito”)) conclude:
“Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere” ![]()
E cosa poteva mai dire? Da quel punto entri nella sconfinata e
desolata pietraia della contraddizione, entri nell’assurdo, dove il Sì e il No sono entrambi veri ed entrambi falsi, dove per dirla con la follia dello Zen “forma è vuoto, vuoto è forma”.
Non se l’è sentita, non certo per pavidità, la sua biografia dice che il coraggio di sicuro non gli mancava; forse perché era troppo, forse perché l’impresa sembrava disperata, forse perché sperava che fatta salire la scala fino all’ultimo questo bastasse per l’ultimo salto nel baratro, per i pochi che ne sentivano il bisogno e ne avevano il coraggio…chissà, povero Wittgestein.

The Black Box Theory
Non ricordo quando io e Luca Perciballi ci siamo conosciuti, probabilmente fui reclutato per partecipare a una sua Conduction (Luca è stato collaboratore e assistente di Butch Morris), doveva essere una dozzina di anni fa.
Poi gli chiesi di partecipare come chitarrista al progetto Ivan Valentini Rust & Blue, di cui rimane questa documentazione discografica: https://ivanvalentini.bandcamp.com/…/ivan-valentini…
A breve nacque l’idea di fare qualcosa in duo. Si studiava, si parlava, si suonava e si cercava una strada. Pian piano fallendo, procedendo per esclusione, cocciuti, sfrondando sempre più, siamo arrivati alla tabula rasa, all’improvvisazione totale. Si emette un primo suono e la musica prende forma sotto i nostri sensi in un gioco di infiniti rimandi e condizionamenti, proposte e reazioni, sorprese, gesti di coraggio e di pavidità.
La stella polare era No Mind, la ricerca di uno stato di apertura nel quale la connessione col suono fosse la più diretta e sentita possibile.
Uno stato sostanzialmente irraggiungibile, che si conosce solo per brevi miracolosi momenti, ma una tensione interessantissima perché acuisce l’attenzione e permette l’osservazione -e la presa di consapevolezza- degli infiniti condizionamenti in atto nell’agire musicale.
Il gesto strumentale, le tendenze architettoniche del pensiero musicale soggettivo, le reazioni emotive, il panico dell’empasse, il vedere la differenza tra un gesto “imparato” e un gesto “spontaneo”, la misura con la fatica, la gioia del fluire.
L’elenco potrebbe proseguire, la libera improvvisazione è veramente una fucina di eventi sonori e psicologici ricchissima dalla quale nascono continuamente riflessioni e domande.
Si cerca di capire perché quella strada si è rivelata un vicolo cieco, perché quell’altra si è improvvisamente illuminata, come hanno interagito i parametri sonori, dove la mente si è fissata senza costrutto, dove si è aperta, quando e perché la ripetizione è diventata ottusa, quando e perché andava insistita con più determinazione, dove ci si è ritirati per timore, dove si è osato con coraggio, quanto si è ascolatato l’altro e quanto ci si è chiusi nel proprio mondo.
Da questa pratica, durata anni, sono scaturiti due album che potete trovare qui: https://theblackboxtheory.bandcamp.com/
Poi un paio di anni fa mi venne l’idea di produrre un nuovo lavoro allargando ad altri improvvisatori; pian piano arrivammo a coinvolgere tre musicisti straordinari come Paolo Botti, mio antico sodale che suona un sacco di strumenti nell’occasione viola e banjo, Nelide Bandello alle percussioni e Francesco Guerri al violoncello.
Con il pregevole lavoro di Luca Tacconi in fase di registrazione e di Michele Bonifati in fase di missaggio, ne è uscito Un Lieu, un luogo misterioso dove non arrivi mai ma che ti fa percorrere strade piene di cose interessanti. No Mind.

Cercare o distrarsi
Ci sono problemi pratici e si pensa come risolverli, ci si organizza, si calcola.
Poi ci sono gli altri problemi, quelli per cui se ti svegli alle tre/quattro di notte ti prende l’angoscia e non sai perché, per cui la morte ti turba nel profondo, quelli per cui si ammazzano gli altri e se stessi, per cui ti vengono le crisi di panico, per cui fai uso di droghe, per cui se vivi un abbandono ti sembra di impazzire…
Ma in questo ambito non si pensa a come risolverli, al limite si pensa a come metterci una pezza o a come dimenticarseli.
E d’altronde perché pensarci, tanto non c’è nulla a cui arrivare, nulla da capire, una soluzione NON esiste.
“Tutto è interpretazione”, ci sono solo opinioni, non fatti.
“Tutto è relativo” quindi va bene tutto, nessun parto della mente ha più valore di un altro, solo quello che ci dà sensazioni più piacevoli, ma sul momento, relativamente, perché la disposizione alle sensazioni è sempre in mutamento.
“C’è solo materia che si organizza in modi più o meno complessi” quindi dove mai puoi arrivare con la mente? Potrai arrivare solo a una diversa organizzazione della materia…e allora?
Non si riesce più nemmeno a concepire che il pensiero possa andare oltre l’opinione, il giudizio, sè stesso.
Sono i dogmi dell’oscurantismo post moderno, le forme del conformismo mentale più sottile e bieco. Questa è la morte di tutto ciò che è tensione al vero, della filosofia come dell’arte.
Siccome il dogma vige da decenni, molti ci sono nati dentro, non riescono nemmeno a concepire una diversa disposizione della mente nei confronti della propria esistenza.
È il buio della ragione, come nelle grigie dittature, come nei periodi di oscurantismo religioso, solo che è più sottile e subdolo, a tal punto che riesce a passare per colorata libertà: “io posso pensare tutto ciò che voglio ed è sempre lecito….ci mancherebbe altro! ”
L’illusione e la realtà sono lo stesso, non abbiamo nessun criterio per discriminarle.
Anzi di più, porsi il problema di ciò che è illusorio e di ciò che è reale è una masturbazione mentale che non serve a niente, forse un problema neurologico.

In oriente la chiamano Illuminazione.
Noi abbiamo importato il concetto ma applicandolo a caso, senza avere nozione di cosa significhi (io per primo quando cominciai a perseguirla). Eppure nel grande periodo del ‘900 storico tre delle nostre massime personalità filosofiche ne hanno fatto esperienza e ne hanno scritto: Heidegger, Sartre, Wittgenstein.
Heidegger è quello che più a lungo e fedelmente si è mosso nei pressi di quella fondamentale esperienza, ma nel ’33 si è iscritto per qualche mese al partito nazista e quindi non se ne può parlare.
Sartre è colui che meglio ha descritto l’esperienza ma poi ha fatto tanto altro nella vita, forse non dando il giusto inquadramento alla cosa (nello zen dicono: la vera pratica comincia DOPO l’illuminazione, un modo per dire che essa è condizione necessaria ma non sufficiente).
Wittgenstein è il più celato dei tre ma alcuni affacciamenti lasciano pochi dubbi, come quelli contenuti in questa conferenza:
“E qui, nel mio caso, accade sempre che a presentarmisi sia una particolare esperienza che di conseguenza è, in un certo senso, la mia esperienza per eccellenza, e questa è la ragione per cui, parlandovi ora, userò questa esperienza come esempio primo e principale. (…)
Credo che il modo migliore di descriverla sia dire che quando ce l’ho io mi meraviglio dell’esistenza del mondo. E sono allora incline a usare formule come “Com’è straordinario che esista qualcosa” o “Com’è straordinario che esista il mondo”.
Farò subito menzione di un’altra esperienza che pure conosco e con cui forse altri di voi hanno familiarità: si tratta di quella che si potrebbe chiamare l’esperienza di sentirsi assolutamente al sicuro. Intendo lo stato mentale in cui uno è portato a dire “Sono al sicuro: qualunque cosa accada, niente può farmi del male”.”
Ma sembra ci sia in Witt una sorta di ritrosia a parlarne in modo diffuso, forse perché facendolo si va a sbattere contro limiti del linguaggio e della logica come egli lucidamente spiega nel corso della conferenza. O forse e anche perché si tratta di una esperienza intima accaduta in un contesto culturale che non ne ha fatto terreno di studio e ricerca e che quindi non ha sviluppato tecniche e percorsi per trasmetterla ad altri.
Ma noi nati e cresciuti nella cultura europea dovremo prima o poi farci i conti seriamente con questa potenzialità di conoscenza.
https://www.wittgensteinproject.org/w/index.php?title=Conferenza_sull%E2%80%99etica
Il Wittgenstein Project è una iniziativa avviata da Michele Lavazza in occasione della fine del Copyright sulle opere di Witt. Grazie della segnalazione a Luca Perciballi:
Alberto Giacometti
Coira, Svizzera.
Nel piccolo museo cittadino c’è uno spazio dedicato ad Alberto Giacometti. Dentro c’è Eli Lotar III. Le persone arrivano e guardano, insistendo nel compiere un atto di volontà e tentata appropriazione di qualcosa. Nulla fiorisce. Sostando a lungo e lasciando cadere l’agire a un certo punto accade che è Eli Lotar III che ti guarda. Insistendo nel guardarti inizia a parlarti (non) dicendo sempre e solo: Niente. Poco a poco ti spoglia di ogni cosa, fino a che cade ogni guardare e ogni guardato. Rimane un silenzio profondo attraversato solo da un filo sottile di dolce commozione.
L’arte non trae origine, è origine.

Arte e provocazione
Provocare: suscitare, causare, cagionare, eccitare, spingere, muovere una persona. Dal latino provocare, composto di pro, “avanti” + vocare, “chiamare“, propriamente “chiamare avanti, fuori”
(wiktionary)
Nell’accezione comune la parola viene usata per definire comportamenti finalizzati a suscitare nell’altro reazioni funzionali alla soddisfazione immediata di una pulsione, oppure al divenire oggetto di attenzione per poi trarne un qualche vantaggio. L’atto provocatorio si muove tra due confini: lo sfogo incontrollato di un impulso e l’atto predeterminato, calcolato a freddo. Tra i due estremi tutte le misture possibili dei due elementi.
Ma questo vale quando la provocazione è frutto di una volontà provocatoria più o meno conscia. È fondamentale distinguere da questo espressioni dell’umano che chiamano avanti, che danno scandalo, che provocano in quanto costituiscono in sè una destabilizzazione del senso comune, una uscita dagli schemi di pensiero condivisi, al di fuori di ogni intenzione provocatoria di chi compie quegli atti. È questa la provocazione del genio. È il dare scandalo di alcuni tra i grandi di ogni campo, dal religioso all’artistico, dalla scienza allo sport.
Prendiamo, per avvicinarci al campo artistico, il caso di Vincent van Gogh. È una figura che mi ha sempre affascinato. In principio per l’inaudita violenza dei suoi quadri, poi per il fascino e lo sconcerto che esercitava su di me la concentrazione di tanta sofferenza in un’unica persona e la sua stoica determinazione a non fuggirla in nome di un dovere spirituale. In ultimo per il segno profondo che ha lasciato nella storia dell’arte, non solo come pittore intendo ma come figura e fenomeno. A questo proposito mi sono rimaste fortemente impresse le parole con qui inizia il film Basquiat di Julian Schnabel attribuite a Basquiat stesso:
“…Proviamo così tanta vergogna per la vita che ha vissuto che la storia dell’arte d’ora in poi sarà un risarcimento per averlo trascurato. Nessuno vuole appartenere a una generazione che ignora un altro van Gogh…”
Mi ci ritrovo, sento quella vergogna. Spinto da questo fascino ho letto negli anni alcune biografie di van Gogh (in ultimo il bel libro di Giordano Bruno Guerri “Follia?”, Bompiani 2009) e mi risulta molto chiaro che Vincent non fosse abitato da intenti provocatori ma solo da un violentissimo e determinatissimo imperativo morale. Eppure a me scandalizzano ancor oggi le sue opere figuriamoci ai contemporanei. Non solo non riusciva assolutamente a venderle ma a volte non riusciva nemmeno a regalarle! Di diverse che ha lasciato in giro ne hanno fatto materiale per il camino, sono arrivati a sputargli sulla tela da dietro le spalle mentre dipingeva all’aperto. La provocazione contenuta in quelle pennellate e in quei colori era troppo forte, insopportabile.
L’ altro genere di provocazione, di bassa lega, cioè l’azione che include l’intenzione di provocare, è diventata a mio avviso pratica consolidata nell’ambito della cultura pop. Dapprima in particolare nella musica per poi diffondersi in altri ambiti, contaminandoli con caratteristiche quali esibizionismo, sensazionalismo, esagerazione, sfogo di impulsi, violazione plateale del senso comune, accento sulla comunicazione più che sui contenuti. Elemento fondamentale del gioco è stata la possibiltà di fare business su scala molto più grande che in precedenza grazie allo sviluppo della tecnologia, dei mezzi di comunicazione, al crescere del benessere materiale e dell’ economia di mercato. Negli affari il marketing è il fondamento e per farsi notare, per attirare l’attenzione, la provocazione è una strada diretta.
Il problema è che si fa confusione attorno al concetto di provocazione, confondendo facilmente le due accezioni. Del termine provocazione riferito alle opere d’arte si abusa, perlopiù in maniera impropria, spesso per liquidare ciò che si ha difficoltà a penetrare.
Più le mie limitate conoscenze sull’arte e sugli artisti si allargano e più mi rendo conto di quanto secondario o assente sia, nella mente dei grandi, lo spazio riservato all’ intenzione di dare scandalo, di provocare. Sono altre le spinte. La febbre della ricerca, il senso forte di un compito da portare termine, una esaltata sensibilità che deve trovare sfogo in un forma, l’amore e la passione per il proprio lavoro. Poi c’è (parlo di artisti del mondo occidentale moderno e postmoderno) l’ego, il desiderio di riconoscimento, fama, denaro, potere, ma pur essendoci eccezioni illustri, per quello che vedo questi atteggiamenti non sono così diffusi tra i grandi artisti.
Il fatto è che l’arte è un guanto di sfida terribile per la conoscenza, un oltraggio per la mente logico-discorsiva. Per questo la grande arte è altamente provocatoria. Adorno parla di “irritazione del comprendere”.
Cosa risiede all’origine dell’esser scandalo dell’opera d’arte? Perché la vera arte risulta così provocatoria pur non avendone l’intenzione? Cosa l’arte mette a nudo che ci inquieta? Cosa mostra che ci fa entrare in imbarazzo (del quale magari ci sbarazziamo con la facile etichetta della provocazione)? L’arte è porre in questione. L’arte è la presa di coscienza che c’è qualcosa da porre in questione. Ciò che è da porre in questione è il significato del momento estetico, momento in cui si fa l’esperienza del Tutto. Questa è la provocazione.
………………………..
L’archetipo, il punto di appoggio di molta arte considerata provocatoria del XX° secolo è il lavoro di Marcel Duchamp, in particolare i suoi readymade. Il suo erede forse più illustre è un (non) musicista come John Cage. Fra parentesi due persone dall’ indole molto lontana da quella stereotipata del provocatore, impertinente ed eccessivo. Persone pacate, serene, dalla vita privata normale. Un essere destinato alla contentezza si autodefiniva Cage. Entrambe profondamente dedite a un gioco lento, pensoso e introverso come gli scacchi.
“Ma non è arte!” si sente dire. “Non è un musicista” mi son sentito dire tante volte a proposito di Cage dai colleghi musicisti. Voci dello sconcerto e della perplessità di fronte a uno scolabottiglie esposto in galleria o alla sintonizzazione casuale di una radio proposta in una sala concerti. Una cosa che irrita moltissimo è la totale rinuncia alla necessità di abilità tecniche. In alcune opere di Cage e Duchamp la tecnica richiesta (l’arte come mestiere) è pari a zero e questo risulta a volte insopportabile a chi ha dedicato tante energie all’acquisizione di un’ abilità.
Ma le grandi forme dell’intuizione e della creatività si ribellano alle definizioni …per definizione. Senza voler prendere in considerazione l’effetto van Gogh di cui sopra che ci dovrebbe sempre indurre alla cautela, delimitare precisi confini a proposito di opere-idee di questo tipo significa lasciarsene sfuggire un tratto essenziale: il loro dire sempre altro proprio nella loro intenzione di non rappresentare nulla.
Inoltre nel ‘900 le reti si smagliano, i confini tra i saperi diventano incerti, le acque si mescolano. Non si possono leggere le esperienze di Duchamp o di Cage con le categorie proprie delle arti figurative o della musica. Gli spazi di pensiero aperti sono più ampi dell’area della singola arte. Ancora una volta l’arte deborda, diventa più di se stessa. Se si vuole criticare Cage con gli strumenti dell’analisi musicale, semplicemente si adopera uno strumento inadatto per quel compito. Se lo si ascolta con le stesse orecchie con cui si ascolta Shönberg sarà muto. Se si guarda Duchamp con gli stessi occhi con cui si guarda Picasso cosa può dire?
Ad ogni modo la grande forma dell’intuizione e della creatività, così come sguiscia a ogni tentativo di definizione può essere anche molto generosa nell’ accettarlo. Quindi va bene: il readymade di Duchamp non è arte! Non è del tutto corretto ma assumiamolo, così si sgombra il campo da un’equivoco. Perché non considerarlo “solo” pensiero condotto con strumenti diversi dal linguaggio della parola? Se inteso in questo modo vale forse meno? Si tratta di misurarsi con l’essenza della cosa non con il suo rientrare o meno in una casella.
« …Volevo far sì che la pittura servisse ai miei scopi e volevo allontanarmi dal suo lato fisico. A me interessavano le idee, non soltanto i prodotti visivi. Volevo riportare la pittura al servizio della mente […] Di fatto fino a cento anni fa tutta la pittura era stata letteraria o religiosa: era stata tutta al servizio della mente. Durante il secolo scorso questa caratteristica si era persa poco a poco. Quanto più fascino sensuale offriva un quadro – quanto più era animale – tanto più era apprezzato.
La pittura non dovrebbe essere solamente retinica o visiva; dovrebbe aver a che fare con la materia grigia della nostra comprensione invece di essere puramente visiva […] Per approccio retinico intendo il piacere estetico che dipende quasi esclusivamente dalla sensibilità della retina senza alcuna interpretazione ausiliaria.
Gli ultimi cento anni sono stati retinici. Sono stati retinici perfino i cubisti. I surrealisti hanno tentato di liberarsi da questo e anche i dadaisti, da principio. […] Io ero talmente conscio dell’aspetto retinico della pittura che, personalmente, volevo trovare un altro filone da esplorare. » (Duchamp)
Il readymade di Duchamp non è una operazione estetica ma una riflessione filosofica espressa in forma intuitiva, sintetica, “artistica”. Duchamp ha aperto una voragine che ha dato origine a quella che è forse la più profonda riflessione mai condotta sull’arte. Il colpo di genio è che questo non è stato ottenuto ponendo le questioni per mezzo del linguaggio verbale, ma usando le pratiche dell’arte stessa e questo lavoro dall’interno ne ha moltiplicato immensamente gli effetti. Curioso notare che il famoso Orinatoio sia stato visto dal vero da poche decine di persone, non è mai stato esposto ed è stato velocemente disperso (quelle che si vedono in importanti musei sono delle repliche). Quella che è stata probabilmente la più influente opera del XX° secolo…non esiste!!!
L’uomo non insegue la bellezza ma la verità. La bellezza può essere guida per l’ incapacitazione (almeno a me la bellezza estrema fa questo effetto: in arte Canova, Raffaello…). L’incapacitazione può essere guida per la verità. Il lavoro di Duchamp e Cage non guida alla bellezza o alla poesia. E nemmeno all’assurdo, allo spaesante, al disgustoso o all’angosciante di tanta arte del novecento. Ad arte, l’arte di Duchamp e Cage non fa nulla, non rappresenta nulla, non evoca nulla, solo mostra. Nell’operazione del mostrare, questa arte da nulla rivela di tenere implicitamente in grande considerazione il nulla. E incapacita. Qui mi fermo perché spulciando sul Web ho scoperto casualmente un testo in cui il significato del lavoro di Duchamp viene esposto con una chiarezza ed efficacia alle quali non riuscirei neanche lontanamente ad avvicinarmi. Passo quindi la parola. Mi ha sbalordito quanto l’autore sia vicino alla filosofia del mio maestro Franco Bertossa e a quanto io stesso, grazie a lui, ho scoperto tramite la meditazione e l’ autoindagine. L’opera dei grandi a volte rivolta le epoche, altre volte è troppo per essere capita, magari si infratta come un fiume sotterraneo per poi riemergere a distanza. Altre volte deposita importanti e influenti precipitati che condizionano le generazioni a venire, che ne rimangono affascinate e soggiogate ma non sempre penetrandone lucidamente e consapevolmente i contenuti. Dopo un secolo il lavoro di Duchamp è considerato molto importante ma non credo sia stato granchè capito.

Relativo e assoluto
Mondo e la capacità della mente di tessere relazioni, sono lo stesso.
Nessuna relazione, uguale nessuna esperienza, uguale nessun mondo.
Nesso di fondamento è quello della differenza.
Differenze fondamentali sono quelle tra soggetto e oggetto, tra qui e la (spazio), tra prima e dopo (tempo).
Una volta dato un mondo, la capacità di stabilire nessi ne permette la conoscenza, dalla più semplice alla più articolata. È considerato esperto colui che in un determinato ambito riesce a stabilire molte e non banali relazioni tra un fenomeno e altro da quel fenomeno..
La capacità di stabilire relazioni è, tautologicamente, il piano relativo, sul quale possiamo estendere le nostre conoscenze senza un limite intrinseco.
Possiamo farlo senza mai tirare in ballo il piano assoluto, il piano dell’Essere, della fondatezza e del senso dell’esistenza di un piano relativo.
La possibilità di stabilire nessi è quindi il presupposto sia della consapevolezza che dell’oblio dell’Essere.
Diverso tempo fa passai alcuni anni in cui meditavo intensamente (nella classica posizione seduta di origine orientale). Un pomeriggio ero proprio sul tema, quando d’improvviso mi apparve, come immagine mentale, uno sterminato reticolo di fili che simboleggiava l’insieme di tutte le possibili relazioni esistenti tra fenomeni nell’universo.
A quel punto si impose la domanda: con cosa poteva avere relazione questo infinito reticolo di relazioni? Ovviamente non esisteva relazione possibile, che sarebbe appartenuta al reticolo e avrebbe riproposto la questione. Con quell’immagine, e il sobbalzo che la accompagnò, ero per un attimo stato sbalzato “oltre” il piano delle relazioni, sul piano assoluto, cioè slegato da ogni relazione, sebbene me lo stessi dicendo nell’ambito del relativo.
A questo nodo, contraddittorio secondo la logica binaria, fanno spesso riferimento insegnamenti buddhisti:
“L’insegnamento del Dharma da parte dei vari Buddha è basato sulle due verità: la verità relativa del mondo e la verità ultima. Coloro che non discernono la differenza tra queste due verità non discernono la natura profonda dell’insegnamento del Buddha. La verità assoluta non può essere espressa senza appoggiarsi sull’ordine pratico delle cose. Senza intendere la verità assoluta il Nirvana non può essere raggiunto”
(Nagarjuna)
“Tra trasmigrazione (Samsara) ed estinzione (Nirvana) non c’è la minima differenza.”
(Nagarjuna)
Ben versato nella via del Buddha, percorro la non-via
senza trascurare i personali, ordinari affari.
Il condizionato e gli skandha sono tutti come fiori nel cielo
Senza nome e senza forma, lascio cadere vita-e-morte.
(P’ang yun)
«Qui, o Śāriputra, la forma è vuota; la vacuità stessa è la forma; la vacuità non è diversa dalla forma; la forma non è diversa dalla vacuità».
(Sutra del Cuore)
